Nel Gioco della Seduzione, l’incontro con Artemide ci ha svelato quanto sia importante non mettere a repentaglio il nucleo intimo della propria psiche concedendo a qualcuno che non siamo noi il potere di individuare noi stessi. Per orientarci diviene necessario comprendere quale parte di noi si sta offrendo di entrare in relazione con l’altro: “Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l’Io che sta facendo questa offerta?” (Stephen Mitchell).

E’ una ricerca che ci chiede di abbandonare il piano orizzontale (dove siamo noi e l’altro), per scendere in verticale negli strati più abissali della materia psichica dove si muovono le forze inconsce che guidano quelle scelte che poi l’Io tende a considerare come proprie. Seguire Kore/Persefone, la fanciulla doppia, nel suo viaggio in caduta permette anche a noi di affondare nel luogo in cui dimorano la nostra fame interiore, le nostre immagini interne, i nostri demoni, i centomila volti dimenticati di noi stessi. Tutti aspetti occulti che chiedono di essere conosciuti e riconosciuti perché è soltanto imparando a conoscerli che possiamo integrarli e impedire che essi dominino la nostra vita e le nostre traiettorie anche nella relazione con l’altro.

“Immaginate che tutti noi, tante persone, molte delle quali non le avete mai incontrate…ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede la coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono.”

(Una stanza piena di gente, Daniel Keyes)

KORE DI MAMMA

In alcune versioni il mito di Kore/Persefone si apre con un’immagine uterina: Demetra, dea della terra coltivata e fertile, alleva la propria figlia in un antro chiuso con molti chiavistelli e sorvegliato dalle Ninfe. E’ un mondo ristretto in cui l’unica relazione possibile è quella tra madre e figlia e in cui la figlia esiste soltanto in quanto attributo, e non soggetto, di questa relazione.  Kore non ha neanche bisogno di un nome: viene appellata con una parola che è la versione femminile di “koros” (che significa sia “fanciullo” che “germoglio”), Kore esiste in quanto figlia di Demetra.

Al contrario delle sue compagne di giochi, Artemide e Atena, che sono vergini per propria scelta,  Kore è vergine perché costretta a perpetrare la fusione psichica e sessuale con sua madre.  Zeus, il padre di Kore, sa che la verginità di sua figlia non intoccabile, per questo “colui che vede lontano” accondiscende alle richieste di Ade di poter fare di Kore la propria sposa. La lungimiranza del signore dell’Olimpo è la concessione all’accadere della frattura attivatrice del processo profondo che modificherà radicalmente il destino della giovane dea.

Benché la catabasi di Kore inizi con un atto di seduzione, non è Ade a sedurla. E’ piuttosto Gea, terra figlia di Caos, una terra così diversa da Demetra e così strettamente a contatto con le forze primordiali “oltre la terra stessa” (leggi qui l’articolo), a creare ed offrire la trappola visiva che seduce Kore. La ragazza senza nome viene irresistibilmente attratta da un fiore che, come ci ricorda il mito omonimo, è simbolo dell’identità assoluta: il narciso (dal greco “narké”, fiore con effetti narcotici che veniva piantato sulle tombe a rappresentare lo stordimento della morte e del sonno). Possiamo dire che a sedurre Kore sia un gioco di specchi: “un fiore che seduce l’altro”.

 

 AL DI LA’ DELLO SPECCHIO

“Da un’altezza mentale mi trascina giù, un livello dopo l’altro, fino alla mia essenza.

E’ qui che ho imparato tutto quanto.”

(Master R in  Il lato oscuro del desiderio, Daniel Berger)

 

 

La casa di Ade è il luogo dell’apprendimento e della ricerca di sé stessi e della propria identità. Hillman ne parla come di un “regno psicologico nel presente”, un mondo infero che sussiste simultaneamente al mondo quotidiano. Il fatto che Zeus e Ade siano fratelli, per Hilmann indicherebbe come il mondo di sopra e il mondo di sotto siano la stessa cosa e come sia piuttosto la prospettiva a cambiare.

“L’universo è uno e uno solo, coesistente e sincrono, ma lo sguardo di un fratello lo vede dall’alto e attraverso la luce, quello dell’altro dal basso e nella sua oscurità.”

 (James Hillman)

 

Ade è il fratello che vede l’universo dal basso. Dio invisibile e senza emblemi, nel mito in questione è la figura in cui convergono le due istanze, libido e mortido, che permettono l’allargamento della psiche attraverso un’estromissione violenta dalla visione del mondo e dalla sensibilità infantili.

 

Catapultata e costretta a permanere nel mondo di sotto, Kore viene messa a contatto con tutte le parti rimosse/defunte di sé cui la fusione con Demetra non dava spazio. Possiamo immaginarcela questa fanciulla aggirarsi inizialmente in uno stato di rassegnazione tra i paesaggi sotterranei sconosciuti. Il rischio di smarrimento è altissimo se Ade, “colui che tutto accoglie”, non facesse da attivatore di quella capacità di accettazione senza resistenze che, sposandosi all’essenza mobile di Kore, diviene fonte di un potenziale evolutivo senza pari.

L’elemento chiave del suo potere personale è la comprensione di quel canone stravolto di bellezza proprio degli Inferi che in Kore aumenta di pari passo alla sicurezza nel muoversi là sotto. Diventare padrona del luogo comporta una riorganizzazione di contenuti interni e una trasformazione delle proprie geografie interiori tali da condurla a cambiare addirittura nome.

LA SUPREMA BELLEZZA DI PERSEFONE

Persefone, “colei che porta distruzione”, consorte di Ade, signora degli Inferi. Una dea di cui nei miti sentiamo pochissimo parlare: non si esprime quasi mai, non è protagonista di storie d’amore, non si lancia in liti e contese. Eppure reclama devozione, culto, sacrifici e invocazioni perché è lei che accoglie e incontra coloro che scendono nel regno degli Inferi, defunti o visitatori; è lei che può decidere la sorte del visitatore e non farlo più tornare nel mondo dei vivi ed è sempre lei che ha il potere di pietrificare mostrando il volto reciso di Medusa.

Se nella giustapposizione di immagini, Ade è il corrispettivo di Zeus nel mondo di sotto, come consorte di Ade, Persefone è il corrispondente infernale di Era, tant’è che entrambe condividono, seppure con accezioni diverse, lo stesso attributo simbolico: il melograno. Ed è proprio attraverso questo frutto che avviene la seconda seduzione di Persefone di cui ci agganciamo a parlare, ma prima consentitemi ancora un paio di digressioni.

“Prendilo tu,  Persefone, prendi tu il mio sposo: sei tu la più forte, e tutto ciò che è bello verso di te precipita”

(Canto funebre per Adone, Bione di Smirne)

Persefone è la custode della bellezza suprema di cui va alla ricerca Psiche, una bellezza che non possiede e a cui non ha accesso neppure Afrodite. Una bellezza che non può essere colta con i sensi perché non appartiene al mondo di sopra, ma è strettamente collegata alle dimensioni infere: è la bellezza rivelata attraverso la nigredo, attraverso la conoscenza della morte e dei suoi effetti, è la bellezza che contiene la conoscenza insita nella domanda “che rapporto ha questa esperienza (o ciò di cui sto facendo esperienza) con la «mia» morte?”.

 

ELEGIA DELLA FAME*

Negli Inferi vigono delle leggi ben precise: innanzitutto alle divinità infernali si offre sempre sacrificio con la faccia rivolta altrove (e qui ci ricolleghiamo all’Ade dio invisibile, all’egida con la testa della Gorgone ma anche alla bellezza infera e terrificante), poi nel mondo di sotto si fa uso solo ed esclusivamente della voce perché le anime dei defunti non possono essere guardate direttamente (ben lo sa Orfeo quando perde per sempre la sua Euridice) e, ultima ma non meno importante regola, se si mangia il cibo degli Inferi non si potrà più far ritorno nel mondo di sopra.

“(Ade) con atto furtivo per non essere visto da altri, le fece mangiare un dolce chicco di melograno: non voleva che rimanesse per sempre sulla terra, insieme a Demetra dal peplo scuro”

(Inno a Demetra, Omero)

 

Proprio quando Zeus acconsente alla risalita in superficie di sua figlia (è importante notare come “colui che guarda lontano” sa che è altrettanto necessaria una fase ascensionale che eviti la permanenza ad libitum nella fase oscura), Persefone si lascia sedurre dal mangiare i chicchi di melograno; non un frutto a caso, ma quello che nell’antica Grecia era l’attributo di Era, simbolo della fertilità e dei legami. Persefone accetta la sua fame interiore, legandosi per sempre a quel luogo in cui la fecondità non è possibile. E il melograno diviene emblema anche di questa dea incorporando in sé la contraddizione di cui spesso i simboli si fanno portatori.

Sarà di nuovo Zeus a concedere a Persefone di poter appartenere ai due regni. Possiamo azzardare che anche questo atto seduttivo, non venga subito ma scelto. Secondo Freud, incorporiamo una coazione “demoniaca” a “ripetere gli stessi atti e a rivivere le stesse esperienze, specialmente quelle traumatiche, per riprenderne il controllo e limitare l’effetto negativo.” Assecondando la seduzione, trasgredendo alle leggi della casa di Ade, Persefone mette in atto un processo uroborico: condannata alla sterilità, Persefone partorirà continuamente se stessa.

”Andarmene è un’agonia. L’altro mondo è un’agonia. E’ dura tornare sulla terra. Muoio di nostalgia. Sono due mondi completamente diversi, questo e il mondo normale. Questo è totalmente vivo. L’altro è morto.“

(Master R in  Il lato oscuro del desiderio, Daniel Berger)

UNA, NESSUNA, CENTOMILA

Persefone porta sempre dentro di sé gli aspetti koreici luminosi e Kore ha già insiti in sé gli aspetti oscuri e inferi, le due polarità coesistono continuamente. Questa dea ci insegna l’importanza dell’essere anfibi riuscendo a garantire un dialogo costante tra conscio e inconscio. Non parliamo di un’evoluzione secondo una linea retta che permette di passare da uno stadio di coscienza all’altro, qui siamo di fronte ad un’oscillazione continua, ad un’immagine uroborica, assolutamente lontana e distante da quella uterina di partenza.

Ogni discesa e ogni risalita permettono l’incontro e l’incorporazione di frammenti e parti di sé che altrimenti rimarrebbero esternamente dormienti, ma attivi nelle profondità dove si determinano i movimenti dell’anima che poi l’Io riflette all’esterno. Riflessi. Il mito di Persefone è costellato da giochi di specchi che rimandano immagini infinite. Persefone è più che doppia, è come il melograno, una nessuna e centomila.

Fonti bibliografiche:

  1. Almirante, Miti e leggende di amore e morte, ed. Centro Internazionale Studi sul Mito, 2010
  2. Bolen, Le dee dentro la donna, ed. Astrolabio, 1991
  3. P. Brunelli, Madre-figlia: opportunità e problemi!!, AlbedoImagination, blog
  4. Carotenuto, Riti e miti della seduzione, ed. Bompiani – Saggi Tascabili, 1996
  5. Carotenuto, L’anima delle donne, ed. Bompiani – Saggi Tascabili, 2012
  6. Hillman, Fuochi blu, Adelphi, 1996
  7. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, 2003
  8. Magliocco, La metamorfosi del doppio mitico in Kore-Persefona di Ruxandra Cesereanu, ed. Amaltea, rivista di mito critica, 2011
  9. Moore, Il lato oscuro dell’eros, ed. Lyra Libri, 1998
  10. S. Pearson, Persephone rising, ed. Harper/Elixir, 2015

Altre fonti:

Claudio Marucchi, Archetipi e sviluppo della coscienza, lezioni per Durga SAI, 2017/2018

Claudio Marucchi, Tarocchi esoterici, simbolici e psicologici, lezioni per Durga Topos, 2017

In copertina: The first taste, Chie Yoshii

*Oltre alle citazioni di opere conosciute, mi sono permessa di introdurre questo paragrafo con il titolo una composizione poetica della poetessa Morena Oro

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