Il Solstizio d’Inverno tra leggende e simbolismi del regno vegetale


Cari amici astrologi, astronomi e cultori dell’immaginale, inguaribili gaudenti o irriducibili tradizionalisti, a dispetto delle temperature esterne piuttosto rigide, possiamo azzardarci a dire di essere un po’ tutti d’accordo  sul fatto che i giorni compresi tra il 21 e il 25 Dicembre sono piuttosto “caldi”. Fin dall’antichità, infatti, molte culture hanno fatto confluire celebrazioni importanti proprio in questo periodo di Festività e cerchiamo di capire il perché.

L’uomo antico, attraverso l’osservazione degli eventi celesti e terrestri, si è ripetutamente imbattuto in un fenomeno che, ciclicamente, si ripresenta proprio nel periodo tra il 21 e il 25 Dicembre: visto dalla Terra il Sole raggiunge il punto più meridionale del suo moto apparente lungo l’eclittica (cioè il percorso che il luminare sembra percorrere intorno al nostro pianeta) e quindi si posiziona in un punto molto basso sull’orizzonte e la sua traiettoria nel cielo appare più breve.

Questo fenomeno astronomico è quello che noi oggi chiamiamo Solstizio d’Inverno: dal latino sōl sōlis (sole) e da sistĕre (fermarsi). In corrispondenza di questo processo si assiste anche al progressivo diminuire delle ore di luce che culmina attorno al 22 Dicembre con il giorno più breve e la notte più lunga di tutto l’anno.

Teniamo a mente che la coscienza dell’uomo antico non aveva a disposizione né il vocabolario né le spiegazioni scientifiche che abbiamo noi, perciò si creava delle rappresentazioni interiori di queste manifestazioni che potessero in qualche modo permettergli di comprenderle, interiorizzarle e soprattutto esprimerle (a tal proposito vi condivido un articolo introduttivo di C. Marucchi sull’Immaginale). Le rappresentazioni altro non sono che immagini e l’etimologia di Solstizio ci rimanda appunto l’immagine di un “sole che sosta”, della “sosta del sole”, proprio perché il Sole sembra fermarsi e smette di scendere rispetto all’equatore celeste.

Ma se il Sole, come ci fa notare M. Eliade nel suo “Trattato di storia delle religioni”, è anche

distributore della fecondità sulla terra e protettore della vita

allora quale enorme timore poteva suscitare un Sole che poteva spegnersi definitivamente e una vegetazione costretta ad un’interminabile contrazione invernale?

Ecco che da queste immagini della coscienza antica nascono miti, leggende e riti solari legati proprio al Solstizio d’Inverno: dal Sol Invictus dei Latini (nonostante le tenebre sembrino aver sconfitto la luce, a partire dal Solstizio d’Inverno le giornate cominciano di nuovo ad allungarsi e il Sole è “non vinto”) ai Saturnalia dell’antica Roma, dalla nascita dell’antico dio Mithra e del dio Horus fino alla nascita di Cristo e al Natale della tradizione cristiana.

La battaglia solstiziale tra il Re Quercia e il Re Agrifoglio

Oggi voglio invitarvi a porre l’attenzione verso le popolazioni dei paesi del Nord Europa, dove il fenomeno delle tenebre invernali risulta ancora più accentuato e l’anno appare quasi diviso in due metà, tra luce e tenebra, qui intesa come buio. Una delle ricorrenze che cadevano tra questi due poli è proprio il Solstizio d’Inverno: Mezz’inverno, Luce invernale, Alban Arthuan, Yule o Jul, molti sono i nomi di questa festa.

Yule deriva dall’anglosassone yula che significa ruota (e da cui deriva anche l’inglese wheel) e, assieme ad Alban Arthuan, ci apre un sentiero simbolico che ha a che fare con la circolarità e che si snoda attraverso la rotondità della tavola di Camelot della leggenda arturiana, la ruota dell’anno, le usanze e le interdizioni che riguardavano l’uso della ruota a ridosso di questa festività.

Una delle leggende sicuramente più suggestive legate al Solstizio, nasce tra le popolazioni celtiche e narra del Re Quercia e del Re Agrifoglio che, al sopraggiungere del Solstizio, si dichiaravano battaglia per sapere chi avrebbe governato per la metà dell’anno che stava per inaugurarsi. Al Solstizio d’Inverno il Re Agrifoglio, vecchio e stremato dai sei mesi di reggenza nella parte calante dell’anno, perdeva la battaglia contro il Re Quercia e il Re Quercia prendeva lo scettro della parte crescente dell’anno fino al Solstizio d’Estate, quando poi avrebbe dovuto cedere di nuovo il comando al Re Agrifoglio. Ecco il ritornare di una ciclicità, di una circolarità e anche di un’alternanza tra due polarità.

Conosciamo meglio questi due sovrani.

Il nome gaelico della Quercia è Duir. Come in molte lingue europee, duir significa porta (inglese door) e deriva dal sanscrito dvr. Della Quercia si dice che

solleciti il fulmine saettante” (R. Graves “La dea bianca”).

Il fulmine, secondo M. Eliade, in qualsiasi mitologia, è l’arma del dio del cielo e il punto colpito dal fulmine diventa sacro. Ecco spiegato perché le querce, su cui spesso si abbattono i fulmini, sono tra i più venerati tra tutti gli alberi e sono sacre a tutti gli dei del tuono quali Zeus, Giove, Dagda e Thor che, ovviamente, sono spesso armati di folgori. La Quercia è l’albero sovrano della foresta. Con le sue radici che si dice siano

tanto profonde quanto sono alti i suoi rami” (R. Graves “La dea bianca”),

essa è per eccellenza simbolo vegetale di solidità, forza e stabilità, tanto che il suo legno veniva utilizzato per la costruzione di porte, ponti, sepolture e barche.

La Quercia/Duir corrisponde alla lettera D dell’alfabeto druidico Beth-Luis-Nion (ndr druido ha la stessa etimologia di duir). Risulta curioso che anche nell’alfabeto ebraico la lettera Daleth ha lo stesso significato di porta. Daleth, negli Arcani Maggiori dei Tarocchi è simbolicamente associata all’Imperatrice (II) con tutti i rimandi all’idea di fertilità, rigogliosità e del dare forma e vita che ben si accostano alla parte crescente dell’anno su cui il Re Quercia regna. Un’ulteriore trama simbolica permette di associare la Quercia/Duir a Giano, dio bifronte

robusto custode delle porte” (Sir J. Frazer <Il ramo d’oro>)

la cui etimologia riporta a ianua (porta) e a ianuarius (porta dell’anno) cioè Gennaio.

Lettere Duir e Tinne dall’alfabeto Ogham

Il nome gaelico dell’Agrifoglio è Tinne e corrisponde alla lettera T del Beth-Luis-Nion. In questo antico alfabeto druidico le lettere D e T possono essere considerate gemelle. Tinne deriva dalla radice etimologica ten (tendere), la stessa radice di parole come titani e tantra (telaio, in sanscrito). La parola Tinne ricorda anche il nome del dio del tuono dei Galli, Tanno, e quello degli Etruschi, Tina; entrambi ovviamente armati di folgore. La parola celtica Tinne, secondo R. Graves, indica in generale qualsiasi albero sacro ma, in alcuni particolari ceppi linguistici nordici, denota la Quercia Verde ossia il Leccio. Probabilmente l’Agrifoglio si è sovrapposto e poi sostituito al Leccio presumibilmente per due motivi: innanzitutto condividono il nome botanico ilex ed inoltre il Leccio è spesso ricoperto da un piccolo insetto scarlatto (cocciniglia del chermes) mentre l’Agrifoglio è ricoperto di bacche rosse.

Nell’alfabeto ebraico la lettera T è Tau (croce) ed è curiosa coincidenza che il Re Agrifoglio, durante il Solstizio d’Estate, con la sua vittoria condanni il Re Quercia proprio alla crocifissione. Tinne quindi ci apre un altro possibile sentiero simbolico che si snoda attraverso l’albero e la croce, entrambi simboli del rapporto tra l’alto e il basso, la trama e l’ordito incrociati dalla spola del telaio e la tessitura come immagine dello scorrere del tempo, ma anche attraverso l’idea del sangue e del sacrificio (Cristo crocifisso e Odino appeso a Yggradsil) e della rinascita.

Ricordiamoci che negli Arcani Maggiori dei Tarocchi la lettera Tau è associata a Il Mondo (XXI), un arcano simbolicamente complesso che sembra meravigliosamente condensare le immagini della croce (con i quattro cherubini del tetramorfo posizionati come i quattro punti cardinali) inscritta in un cerchio (mandorla mistica) e che ci riconduce all’idea di circolarità, di ciclicità e di ritmo legati proprio alla Natura di cui il Solstizio è una delle manifestazioni.

Il Solstizio d’Inverno è uno degli appuntamenti cardine della ruota dell’anno. La battaglia tra il Re Quercia e il Re Agrifoglio mette in evidenza come le popolazioni del Nord Europa abbiano avuto cura nell’evidenziare il legame simbolico tra regno vegetale e miti solari. Per chi volesse proseguire da solo l’approfondimento, seguendo i sentieri immaginali di mattoncini gialli, si potrebbe addentrare in un dedalo simbolico che, attraverso diverse epoche e diverse culture, tocca solarità, regalità, fecondità, circolarità, ciclicità, orientamento, centratura, sacrificio e rinascita.

Il Re Quercia ed io vi auguriamo Buon Viaggio e/o Buone Feste (qualsiasi festa decidiate di festeggiare)!

Fonti bibliografiche:

Robert Graves, La dea bianca, ed. Gli Adelphi 1992

Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, ed. Boringhieri 1976

Liz e Colin Murray, L’oracolo celtico degli alberi, ed. Meb 1997

Approfondimenti su Simboli e Archetipi

Claudio Marucchi, Archetipi e sviluppo della coscienza, lezioni per Durga SAI

Claudio Marucchi, Tarocchi esoterici, simbolici e psicologici, lezioni per Durga Topos

Immagine di copertina

Oak King – Holly King, Art by Anne Stokes (www.annestokes.com)


Lascia un commento