Tra due mondi: immersione ed emersione


L’arte è un mondo meraviglioso e magico dove ogni artista permette l’immersione nelle sue profondità per poi emergere, con nuovi occhi e comunicare così con l’infinito.
E’ con queste due parole, immersione ed emersione che invito a seguirmi, prendendomi per mano, alla scoperta di molti mondi immaginati, alla ricerca dei preziosi tesori scaturiti dalla creatività, dall’immaginazione e dal personale sentire di anime in comunione con l’universalità e la potenza del simbolo.
Anticamente si parlava di furore, una forza misteriosa, ma percepita come inarrestabile e indomabile, alla quale certe tipologie di persone erano sottoposte. Gli artisti, oltreché gli amanti, non potevano sottrarvisi. Tale furore aveva una spiegazione primaria nel proprio oroscopo e andava ricercato nel posizionamento delle stelle al momento dell’incarnamento dell’anima nel corpo. E’ curioso come ancora oggi, tale furore emerga e sia tattilmente percepibile quando rimaniamo incantati di fronte a certe opere.
Ma senza approfondire troppo con le parole, voglio mostrare subito quanto certe immagini infuochino gli animi di chi le osserva, un furore quindi che contagia e di fronte allo scompiglio interno ch’esse possono suscitare, vorrei fornire qualche dettaglio informativo che permetterà di sanare una parte di curiosità sui sentimenti da loro generati.

Immersione…

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Questa è un’immagine che ipnotizza. E partiamo dall’immersione.
Si rimane calamitati con lo sguardo cercando di comprendere cosa ci troviamo dinnanzi. E’ senza dubbio un abito. Un misterioso vestito immerso nell’acqua.
I rimandi simbolici sono davvero potenti perché abbiamo qui l’elemento mutevole e fluido, l’acqua, che immerge e compenetra totalmente le fibre di una maschera. Abito inteso come involucro atto a ornare la belleza muliebre, profilando le morbide linee femminili di un corpo.
La polvere bianca depositata è un altro elemento molto importante nella simbologia alchemica, ossia il sale. Questo abito, in origine nero è stato immerso nell’acqua marina e ora, grazie alla salinità, sta virando al bianco.
Sigalit Landau, l’artista israeliana che ha realizzato quest’immagine ipnotica, ha trasposto in uno scatto tutto il mistero e il fascino di uno sguardo che per decenni ha calamitato proprio gli occhi di un vasto pubblico, quello di Hanna Rovina.
Attrice bielorussa trapiantata in Palestina nel 1928, Hanna Rovina è un simbolo del teatro ebraico nella figura di Leah’le, una giovane sposa che viene posseduta da un demone nello spettacolo The Dybbuk di Semën An-skij. Dybbuk in ebraico significa ‘attaccato’ e si riferisce a quegli spiriti che rimangono latenti nel mondo dei vivi, anziché transitare nello Sheol, fondendosi in altri corpi. Nel caso di Leah’le si trattava del suo sposo, morto poco prima di convolare a nozze. Ecco, come quell’abito assume un significato profondo, di desiderio e di mancata promessa. L’abito nero, una fedele copia di quello nuziale di Leah’le potrà essere restituito alla sua funzione, al candore, grazie all’accumulo, all’attaccamento sulle sue fibre dei cristalli di sale.
Una serie di fotografie documentano il processo di consolidamento dei cristalli salini sull’abito nero immerso nelle profondità del Mar Morto.
Per tutta l’estate del 2014 Sigalit Landau e Yotam Frum hanno seguito il graduale accumulo del sale sul vestito restituendo nell’immersione del vestito nero, simbolo di Leah’le il suo intento originale d’essere una sposa, non con l’attaccamento di uno spirito, ma di ciò che simbolicamente è inteso come armonizzatore tra le forze lunari e solari, mediatore fisico, simbolo della materialità del corpo umano.
Sigalit Landau e Yotam Frum con il sale hanno permesso allo spirito ‘attaccato’ a Leah’le di rendersi materia e liberare la giovane tormentata alla sua desiderata condizione di sposa.

Emersione…

Affine alla posa che suggerisce fissità, a quella verticalità dell’abito che s’incarna, pongo un’altra immagine che appartiene al vasto mondo artistico e che a differenza della simbologia dell’immersione di quest’ultimo, ispira l’opposto pensiero: l’emersione.

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L’artista è colei che maggiormente ha intessuto le sue opere di significati simbolici, dando vita ad opere di una delicatezza e di una potenza assolute: Gina Pane.

Ponendosi con modestia e con totale dedizione al prossimo, Gina Pane ha donato il suo corpo all’arte, permettendo a tutti di cogliere, attraverso una visione ispirata e a riflessioni spesso prese a prestito dalla più genuina cristianità, significati profondi e cosmici.
“E’ per amore vostro: l’altro” la sua frase più celebre.
Citiamo, ma solo marginalmente, come le coordinate spazio e tempo, come le linee verticali e orizzontali abbiamo influenzato la ricerca filosofica e artistica dell’ultimo secolo, ma Gina Pane si spinge oltre ed emerge dall’orizzonte terrestre.

In questo scatto dove sono visibili ben due elementi netti: terra e aria, da lei indicati a margine, il suo corpo si pone esattamente al centro, come coordinata assiale verso una comunicazione celeste. Verso ciò che con il dito puntato verso l’alto chiamiamo cielo o Universo o Infinito o mistero.

E’ un’azione delicata, ma ricca di presenza. Significa esistere. Significa che siamo chiamati, nella nostra esistenza a porci tra forze opposte e contrarie, solide e impalpabili a presenziare con l’alito della vita, con la nostra energia ad assi di comunicazione tra elementi che ci appartengono e sono mescolati nel nostro intimo.

Queste due magnifiche artiste ci accompagnano dalle profondità terrestri e acquatiche fino alla verticalità delle altezze cosmiche, intridendo il nostro animo di furore immaginale. Ricordandoci come tutto sia circolare, opposto e congruente, eterogeneo e confluente, affinché le immagini agiscano da catalizzatore per l’immersione e l’emersione della potenza immaginale che ognuno di noi possiede e può esercitare.


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