Sulla potenza dell’arte. Dolore e Luna (1/4)

«Moverà l’istoria l’animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno suo proprio movimento d’animo. Interviene da natura, quale nulla più che lei si trova rapace di cose a sé simile, che piagniamo con chi piange, e ridiamo con chi ride, e doglianci con chi si duole». (Leon Battista Alberti, De Pictura, II, 41).

Leon Battista Alberti evoca con queste parole il particolare potere dell’arte in grado di muovere emozioni e sentimenti in accordo a ciò che l’occhio osserva.

Nella storia, ma soprattutto nel pensiero filosofico, sono prima di tutto quattro le macro-aree emozionali in cui sono particolarmente visibili gli effetti delle emozioni umane: dolore, paura, piacere e desiderio. Queste possono essere semplicemente ricondotte a sensazioni piacevoli e sensazioni dolorose.
Presenterò pertanto quattro opere, all’interno delle quali avremo modo di osservare non solo le categorie espressive sopracitate, ma anche alcuni attributi che le collegano al mondo astrologico e immaginale.

Il dolore: ospite inquietante

Particolarmente istruttivo e potente è un sentimento più di altri, il dolore. Determinati filoni spirituali hanno utilizzato, se non addirittura strumentalizzato, questo potere dell’arte e spesso l’empatia generata da immagini cruente, dolorose o compassionevoli ha mosso gli animi dei fedeli con una potenza tale da sostituirsi alle parole scritte. L’esempio più conosciuto è senza dubbio la Biblia Pauperum, ossia quell’infinito mondo d’immagini che nel mondo cristiano ha mosso alla conoscenza del dolore provato dai suoi protagonisti principali: Cristo, santi, martiri, ma soprattutto un mondo femminile compatto nella comprensione del dolore più grande, quello intimo e acuto, la perdita del proprio figlio, provato dalla madre Maria, più spesso definita semplicemente Madonna.

Sebastiano Luciani detto del Piombo (Venezia 1485 – Roma 1547), La pietà, 1516-1517, olio su tavola, 190 x 245 cm, Museo Civico, Viterbo.

Giorgio Vasari, nel 1568, ricorda così questa magnifica opera di Sebastiano del Piombo:

«un Cristo morto con una Nostra Donna che lo piagne […] fu con molta diligenza finito da Sebastiano che vi fece un paese tenebroso molto lodato».

Il corpo esanime del Cristo dall’incarnato livido, esaltato dal candido lenzuolo sottostante, è perfetto, lontano e isolato dalla figura della madre. Sembra quasi di percepire le due freddezze, del corpo e della terra, lievemente mitigate dal morbido telo.
La figura della madre è invece quanto di più antitetico alla leggiadria delle esili figure mariane. Il suo corpo, massiccio e forte si erge verso l’alto, invocando e intercedendo per il trapasso del figlio. L’abito blu, il plenilunio appena sorto e la dimensione notturna, sono tutti elementi che esaltano la freddezza della scena.

Il dolore, la morte, la notte, emozionano e rendono partecipi gli astanti del profondo pathos dell’immagine.

Sebbene sia stato notato come la figura della madre, nella posa, richiami una rassegnazione per l’avvenuta morte e una speranza nell’imminente risurrezione, il corpo del Cristo, finalmente adagiato come fosse a riposo, racchiude e ricorda nelle piccole ferite a mani e piedi, tutta la fatica, l’angoscia, il dolore e la sofferenza ch’egli patì negli ultimi maledetti momenti di vita.

In particolare il tema del notturno, l’uso dei colori e il paese sullo sfondo, che Sebastiano ha saputo rendere in tutta la sua oscura attinenza al dolore e al freddo, sottendono a un significato ripreso nell’interpretazione coloristica.

Nella sovrastante luna, avvolta dal velo delle tenebre blu, ritroviamo il viso della madre, pallida luna circondata dagli abiti della stessa gamma notturna; mentre il livido corpo del Cristo, sdraiato ed orizzontale, ha il suo pendant nello sfondo che si dipana dietro la figura della donna, dove la solita gamma di verdi accresce la desolazione dell’avvenimento tragico che in questi ultimi ‘bagliori sanguigni’ ha il suo tanto atteso epilogo.
Secondo Claudio Strinati sarebbe questa forte tensione emotiva, in accordo all’antica concezione aristotelica della catarsi, il culmine dell’azione, costituita proprio dall’assenza dell’azione o dall’immobilità metaforica, dove gli elementi naturali, compresa la notte, concorrono al compianto universale e al dolore assoluto.

La Pietà di Viterbo costituisce la prima pala d’altare sulla quale gravi una luce notturna. L’oscurità del paesaggio sullo sfondo e la scelta delle tenebre collegano la tavola e il suo pathos alle descrizioni dantesche dell’Inferno, dove Sebastiano avrebbe ritratto proprio il Bulicame di Viterbo, il mitico luogo d’accesso agli Inferi. Una terra desolata e fredda, quindi, dove le tenebre sono presenti con tutta la loro carica evocativa, la morte scuote di dolore come i terremoti e i lampi sanguigni rammemorano sullo sfondo le saette della tempesta. Un verso di Dante è calzante nel correlare il dolore e il paesaggio sullo sfondo della Pala: «La terra lagrimosa diede vento, 
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento».Leonardo, nel Trattato della Pittura, descrive la speciale caratteristica del pittore di poter «generare siti deserti, luoghi ombrosi o freschi ne’ tempi caldi, e così luoghi caldi ne’ tempi freddi» sottolineando con queste parole la capacità da parte della pittura di generare sensazioni percepibili con il tatto, dato che freddo e caldo sono proprio gli aristotelici sensibili propri della pelle.
Nella Pietà di Viterbo, tutti gli elementi concorrono a ricordare questa speciale sensazione creata dalla pittura. Il paesaggio è freddo nei colori, nelle pose e nel tema.
Salvatore Natoli, ne L’esperienza del dolore, elenca i termini con i quali si definiva il dolore nell’Antica Grecia, tutti nomi che semanticamente si legano alle sensazioni di freddezza, βάσανος, dove pietra è il significato originale e poi c’è άλγηδών, vento freddo o dolore.
Il contatto con la terra è basale e freddo come la roccia e come le pietre diroccate e abbandonate che si vedono in lontananza. Il vento algido percepito come ‘bufera che squassa e dirompe’ dilaga nel retroscena e ha il suo contrappasso nel dolore della madre, un dolore luttuoso che Natoli esamina alla luce degli scritti freudiani.

In Lutto e Malinconia lo psicoanalista Sigmund Freud considera i due stati d’animo in base alle loro manifestazioni e sostiene che l’unico termine appropriato con cui è possibile identificare lo stato d’animo del lutto sia proprio doloroso.
Natoli afferma:

«Il dolore è un’esperienza intensa, ma nel contempo variata nelle sue sfumature e nei suoi timbri: essa muove dal dolore vivo, fisico, corporeo, puntuale ed intenso per giungere ad una percezione universalmente dolorosa, allo spettacolo del mondo come desolazione e perciò come destino di morte».

Quale migliore rappresentazione del dolore se non un paesaggio devastato e freddo che suggerisce una condizione di morte come destino dell’umanità?

Un periodo storico non proprio facile

La Pietà, che Strinati definisce gravida di ideologia e foriera di avvenimenti futuri, si colloca in un periodo storico difficile e complicato, il XVI secolo.
Minacciata dalle novità provenienti dal Nord Europa e che avrebbero generato la Riforma, la Chiesa aveva allora impellente necessità di utilizzare immagini come questa che rendessero i fedeli partecipi al culto, facendo provare sulla loro pelle il dolore di Cristo e della Madonna. Un dolore compreso dalla memoria soggettiva di tutti coloro che facevano parte delle folle, basato sulle impressioni che colpiscono l’intima sfera psicologica, riavvicinando e stringendo quindi a sé i fedeli.
La Pietà costituisce una poesia figurativa che si serve dei colori, del dolore e degli attributi della melanconia per arrivare a ‘colpire’ il pubblico.
In Saturno e la Melanconia, gli autori notano come il termine malinconico, che nell’Antichità aveva dei significati specificamente riferiti al carattere e ai ‘liquidi’ di una persona, dal Medioevo in poi prese ad identificare una caratteristica più generica: spazi malinconici, luci melanconiche, note melanconiche o paesaggi melanconici, sì da coprire molte delle caratteristiche sensibili con uno stesso termine. Ciò non accadde all’interno della terminologia medica, ma solo in quella poetica, lirica e narrativa. Tale significazione si affiancò alle pene sentimentali dell’amore trovadorico e poi al significato soggettivo e transitorio dello stato d’animo malinconico, allontanandosi sempre più dai suoi significati medico-scientifici e arrivando a noi con tale accezione.
Solo “l’impressione della notte”, rimase un elemento pressoché invariato, che deriva dalla radice greca melàs, designante il nero e le tenebre e collegata alla bile dello stesso colore. Ancor oggi si utilizza l’aggettivo melanconico a chi è ‘lunatico’, per l’attinenza dell’astro lunare alla notte.

Natoli riporta attenzione al significato originario di pathos che rappresenta l’essere colpiti dall’esterno, una caratteristica comune a molte opere artistiche che dovevano emozionare i fedeli, assoggettandoli nella comune memoria del dolore.

Le sensazioni provate dalla nostra pelle, come piacere e dolore, legate direttamente al corpo, sono rese vivide dalla memoria, nella nostra intimità, nella soggettività profonda.
«La sciagura, il dolore, sono quindi ciò che per eccellenza colpisce: non si sceglie, giunge» e Leon Battista Alberti lo afferma chiaramente: «Noi dipintori, vogliamo coi movimenti delle membra mostrare i movimenti dell’animo […] ira, dolore, gaudio, timore, desiderio e simili».

La Luna, così mobile, giunge e porta con sé ogni movimento dell’animo ed è al tempo stesso improvvisa eppure puntuale.

La Luna: l’archetipo rimosso

Il Sole, in astrologia, rappresenta la scelta cosciente dell’Io dell’uso dell’energia, mentre la Luna è tradizionalmente associata a ciò che è spontaneo e che prospera seguendo i ritmi della Natura. Mentre il primo rappresenta la Sintesi del viaggio interiore che porterà l’Eroe, l’Io, a scoprire come utilizzare le proprie risorse e come rendere le proprie debolezze dei doni preziosi, alla Luna è assegnato il compito astrologico di fornire quell’alambicco alchemico all’interno del quale dare inizio al processo. La Luna sarà la prima luce sperimentabile in quella Notte in cui esiste solo l’indifferenziato.

E’ un dato di fatto che in Occidente ci sia maggiore facilità ad immedesimarsi con il proprio Sole, ignorando al contempo la posizione dell’altro luminare: questo è sicuramente frutto anche di una scelta commerciale scandita agli inizi del ventesimo secolo, quando si è fatta sentire l’esigenza editoriale di arricchire i giornali con riferimenti astrologici. La categorizzazione in dodici tipologie mensili, ovvero legata al transito annuale del Sole attraverso i dodici segni zodiacali, è quella che è sembrata più sensata ed è su questa sommaria e grossolana suddivisione che si concentrano le critiche, a volte condivisibili, dei detrattori dell’astrologia.

Nell’interpretazione del tema natale, l’astrologo prenderà in considerazione entrambi questi elementi, dando inizialmente maggior peso all’astro notturno, per cercare traccia di ricordi e impressioni che daranno vita a tendenze ed atteggiamenti considerati “inconsci” ed immodificabili, ma che sono frutto di qualcosa che è diventato abituale con il trascorrere del tempo. Questa cura sarà dettata dalla consapevolezza della distanza esistente tra il tempo astrologico, legato indissolubilmente gli eventi naturali scanditi dai transiti e armonizzato con i movimenti dell’anima, e quello esterno e vigile dell’Io che valuta il trascorrere della vita come un susseguirsi di obiettivi ed eventi.

La Luna simbolo del Femminile?

Che cosa sono le stelle se non un continuo invito ad espandere i confini dell’immaginazione, a depersonalizzare l’esperienza soggettiva, a sintonizzarsi con l’anima mundi interiore che i pianeti fanno ruotare? (Thomas Moore)

L’incapacità del maschio occidentale di entrare in contatto con la parte più ricettiva della psiche, la cui manifestazione più evidente è l’adesione ad un patriarcato più o meno manifesto, e quella femminile di gestire rabbia e violenza, ha relegato un po’ alla volta alcune funzioni psichiche ad un ruolo subalterno e rimosso che, nei casi più preoccupanti, tendono ad inflazionare completamente la personalità. Avremo così misogini che sfilano “accanto” a donne che odiano il maschile, entrambi incapaci di uscire da un loop che li condanna ad essere eternamente in contrapposizione e mai liberi.

Stiamo vivendo un’epoca di grande risveglio del Femminile e, sebbene questo non stia avvenendo senza ostacoli, è possibile vedere come si stia cercando di riflettere tutti assieme sulla parte più notturna dell’umanità. Il Simbolo della Luna per molti versi si presta ad incarnare questo polo. Ma non sarebbe giusto considerare un simbolo così grande come “proprietà” esclusiva di un genere sessuale. Quello che l’astrologia può insegnarci, anche attraverso la pratica immaginale, è la morbidezza delle posizioni: uomo e donna hanno potenzialmente accesso in egual misura al mondo interiore, proprio come dovrebbero averlo a quello realizzativo esteriore, essendo le caratteristiche individuali e culturali le uniche discriminanti. 

La capacità di portare all’esterno certe caratteristiche è in larga parte determinato dalla cultura in cui si cresce, cultura che ha la sua prima roccaforte educativa nella famiglia. Una psiche si nutre dell’ambiente che la accoglie quando viene al mondo e, per quanto possa essere un ambiente emancipato, questo favorirà alcune caratteristiche e ne negherà altre, rimuovendole e rendendole sconosciute e fonte di mistero. Per la psiche maschile questo rimosso riguarderà ovviamente le caratteristiche più femminili, mentre per la donna riguarderà le caratteristiche maschili.

E’ bene ricordare che la Luna è considerata sia di genere femminile che maschile a seconda della tradizione di riferimento: non dimentichiamo che per i popoli di lingua germanica la Luna è “Der Mond” traducibile come “Il Luno” e che Chandra, il dio della Luna indiano, è una divinità maschile. I pianeti, delle volte suddivisi in base a caratteristiche femminili e maschili, in realtà descrivono delle funzioni presenti in nuce nella psiche di chiunque e che, per una caratteristica della percezione, tendono a disporsi in maniera opposta (polare).
Nonostante quello che la psicologia positiva ed ottimista del 1900 ha per anni tentato di inculcare attraverso l’adesione solo alla parte luminosa, pulita ed ordinata dell’esistenza, la crescita e maturazione sono possibili solo quando si è in grado di reggere la frustrazione derivante dagli opposti non conciliabili e che dovranno trovare un diverso piano per coesistere. Sarà la psiche che dovrà fare un salto nel vuoto, dando corpo alle contraddizioni che nel tema di nascita sono rappresentate dagli aspetti astrologici disarmonici. Per ottenere questa armonizzazione l’Io dovrà ad un certo punto arrendersi ad accogliere anche l’imperfetto e l’incompiuto, rinunciando per qualche attimo all’ossessione assertiva solare, lasciando spazio anche alla Luna. A tal proposito scrive Carl Gustav Jung che: “Noi non risolviamo mai veramente i problemi fondamentali della nostra vita, solo cresciamo attraverso essi.”.

La Luna nel tema natale maschile e femminile

Cosa cambia se ad osservare lo stesso simbolo, quello lunare, è l’occhio maschile o quello femminile?

Cambieranno le sfide a cui si è chiamati. Quello che sarà diverso sarà il modo di utilizzare tutte le funzioni psicologiche rappresentate dai pianeti interiori, legittimati o meno dallo Spirito del Tempo. Mancano nella termologia occidentale, purtroppo, dei termini che diano testimonianza dell’opposta polarità, termini che la cultura cinese invece ha espresso nei concetti di Yang (attivo) e Yin (ricettivo).

Ma come Eraclito già enunciava: “Il conflitto è al contempo padre e re di ogni cosa.”
E come esprime anche Marina Valcarenghi nei suoi testi, la scelta di favorire alcune caratteristiche a discapito di altre, privilegiando un modo di essere al mondo attivo ed estrovertito, deve essere stata l’unica scelta possibile in un lontano passato per sopravvivere ad invasioni e guerre.

I tempi stanno però cambiando, sebbene il cambiamento riguardi le persone in modi e tempi diversi.

Per alcuni è possibile attendere il tramonto e accogliere la notte, addentrandosi in una avventura tutta nuova e che formerà un po’ alla volta i suoi eroi. La Luna rischiarerà il cammino in certi momenti e si nasconderà in altri. 

 

La dinamica Luna – Plutone

Articolo apparso sul numero monografico della rivista Oltre-Confine Astrologia (n°14, dicembre 2014)

L’uomo (…) non vive più in un universo soltanto fisico, ma in un universo simbolico. Lingua, mito, arte e religione sono parti di questo universo, sono i fili che costituiscono il tessuto simbolico, l’aggrovigliata trama dell’umana esperienza. Ogni progresso nel campo del pensiero e dell’esperienza rafforza e affina questa rete. 
(Ernst Cassirer, “Saggio sull’uomo)

E’ da tempo immemore che l’essere umano tenta di dare un Senso ed una Voce al proprio vissuto, sia che esso derivi da eventi esterni, sia che prenda forma attorno a sensazioni ed emozioni. Il confronto tra quello che si “sente” e quello che accade all’esterno il più delle volte dà vita alla necessità di trovare degli strumenti per descrivere quello che si sta vivendo, essendo il mondo interiore soggettivo il più difficile in assoluto da comunicare. Sull’incomunicabilità si sono già spese pagine di letteratura, sia nella semantica che nella poesia.

L’Astrologia, checché ne dicano i suoi detrattori, è uno di questi strumenti. Filo di Arianna per elezione per l’uscita dal labirinto del Minotauro, rappresenta anche la tela perfetta per ricamare le storie delle vicende umane e per dare forma e consistenza alla narrazione. 

Già nel 1966 il filosofo francese Georges Gusdorf osservava giustamente che l’Astrologia fu ed è “un modo privilegiato di razionalizzare il reale”, “una interpretazione sistematica dei fenomeni” che attraverso “una trama di interrelazioni causali” offriva ed offre una risposta all’esigenza di totale “intelligibilità del mondo”. Muoversi tra Simboli astrologici e Archetipi, con cui l’astrologia lavora, offre la possibilità unica di osservare il mondo con altri occhi, liberi per qualche istante del razionalismo e positivismo operante, e di avvicinarsi ai contenuti astrologici in uno stato d’animo particolare ed unico che permette di intraprendere un viaggio all’interno della propria Anima. 

Contattare il Profondo tramite l’Emozione

Due di questi Simboli, la Luna e Plutone, sono l’emblema dell’infinitamente vicino e dell’irraggiungibilmente lontano, due punti che alla fine tendono a convergere e a fondersi quando si incontrano nel tema di nascita. E’ importante precisare che il modo in cui questi due pianeti si esprimono dipende da molti fattori, il più importante dei quali è sicuramente il sesso del possessore.

La Luna, signora del primo segno d’acqua dello Zodiaco (Cancro) rappresenta, come insegna Lidia Fassio, l’immagine primaria che il bambino forma di se stesso vedendosi riflesso negli occhi della madre. 
Il mondo alla nascita è troppo alieno e caotico, non ci sono esperienze che permettano di codificare quello che avviene all’esterno ed è quindi necessario che esso venga filtrato ed interpretato da una figura di riferimento che permetterà di calibrare le reazioni ad esso. E questa calibrazione avverrà soprattutto tramite le emozioni. Le emozioni, primitive seppur sofisticate, saranno la base da cui poi prenderà forma la percezione del mondo, ma non rappresentano ancora un discorso su di esso, ovvero una sua rappresentazione cognitiva. Quest’assenza di discorso caratterizza tutti i segni d’acqua in cui è il “sentire” ad essere in primo piano.

Plutone, signore del secondo segno d’acqua (Scorpione), è uno degli archetipi più difficili da vivere a causa della sua natura inafferrabile e invisibile e ben si presta ad essere l’incarnazione di tutte le pulsioni e degli istinti non socializzabili. E’ con Plutone che le emozioni rimosse dalla sfera conscia possono tornare finalmente a galla affinché sia possibile fare chiarezza.

Mentre con la Luna l’Io è in via di formazione, ovvero è in Potenza, quando incontra Plutone l’Io è già formato, ma brama e allo stesso tempo teme di venir mondato di tutte quelle parti non autentiche che la persona ha dovuto indossare per venir accettato dal proprio ambiente. Ma c’è un aspetto in comune, che rappresenta sia un punto di forza che una debolezza, nell’incontro di questi due pianeti, ed è qualcosa di legato alla loro comune reggenza sull’elemento Acqua: è qui che questi due pianeti possono metaforicamente specchiarsi l’un l’altro, essendo entrambi porosi e senza confini.

Limite estremo, Plutone è Simbolo anche di morte, preludio della rinascita, a patto che l’Eroe (o l’Eroina) accetti di sfidare il drago.

Immagine tratta dal Liber Novus di Carl Gustav Jung
Immagine tratta dal Liber Novus di Carl Gustav Jung

Gli aspetti che si creano tra Luna e Plutone, lungi dall’essere l’unico modo per arrivare ad una maggiore consapevolezza, danno vita però ad una tipologia particolare di Eroi. Essi si sentono vittime di un’amputazione, sentono di essere stati deprivati di qualcosa che però non riescono a mettere a fuoco ed è proprio per trovare questo “qualcosa” che percorreranno la strada maestra della Conoscenza di Se Stessi accettando di affondare nelle proprie emozioni, di lasciarsi contaminare da quello che dai più viene ritenuto impuro e cattivo, ma accettando altresì di affrontare il Drago e riprendersi quello che è sempre stato loro e che è intimamente connesso con il Potere Personale che Plutone rappresenta. 

Il problema cardine degli aspetti Luna-Plutone si nasconde nella doppiezza del secondo in combinazione alla porosità e capacità di ritenzione della prima. Quello che si “sente” e che non ha nome non è facilmente affrontabile ed assume sempre una doppia valenza, lasciando la persona in balìa di emozioni contrastanti che a rigor di logica non dovrebbero poter co-esistere. Per affrontare questo mare di emozioni nere non funziona nessuno dei sistemi di difesa tanto cari all’Io. Anzi, sarà proprio l’arrendersi alla loro esistenza, accettando che ci siano delle parti indipendenti e non integrabili, ad essere la chiave di volta.

Scrive Mark Hedsel nel suo romanzo “L’Iniziato”, che

“Chi ha imboccato la via dello sviluppo prima o poi dovrà affrontare il proprio doppio dentro di sè” e che la visione di questo doppio, descritto anche da William Blake con il termine di Spettro, provoca spesso terrore ed angoscia, nella consapevolezza che “percorrendo la Via ci si rende conto di essere sempre e ovunque accompagnati da un morto, un morto astuto, che non vede l’ora di usurpare il potere del tuo essere.”.

Nonostante la descrizione sia romanzata, questa consapevolezza si adatta perfettamente alle dinamiche plutoniane qualora affondino le radici proprio nel mondo lunare.

Con i contatti tra Luna Plutone nel tema personale avviene quindi l’incontro con la parte più istintuale del Femminile e questo confronto è tanto più difficile se si tiene conto del fatto che noi occidentali siamo ormai vittime di una rimozione dei valori femminili della personalità, avendo privilegiato atteggiamenti più maschili ed attivi. E’ difficile accogliere, lasciarsi sommergere da emozioni ritenute a ragione “indomabili” e, soprattutto, non perdere la speranza che in fondo al pozzo nero possa esserci qualche luce a rischiarare la tenebra. L’esito dell’incontro dipenderà in larga misura dalla capacità della persona in possesso dell’aspetto di assumersi la responsabilità della propria vita e del suo vissuto e di smettere di proiettare all’esterno su nemici designati quello che invece è frutto solo di un mondo interiore da integrare. E’ un appuntamento con l’immensità dell’inconscio, che immobilizza e spaventa, specie se si percepisce la sua assenza di confini e l’impossibilità, quindi, di qualsiasi contenimento: l’esito non è mai scontato, l’eroe e l’eroina dovranno percorrere tutto il viaggio e bere fino all’ultima goccia l’amaro calice se accetteranno la sfida della personalità in crescita. E tutto questo fa paura e la tentazione di manipolare la realtà (e quindi anche le persone a fianco), allo scopo di diminuire un’angoscia senza forma, sarà fortissima.

L’origine di queste sensazioni, trattandosi del contatto con il mondo lunare, è ovviamente il materno, ma all’interno di questa definizione il ruolo genitoriale della propria madre rappresenta solo l’apice di un complesso archetipico molto più vasto, che è appunto quello legato alla Grande Madre che, assieme a Plutone, assume le fattezze della Madre Terribile, ovvero il Drago alchemico che andrà domato e contenuto sviluppando un Io forte, ma non rigido. Non ci sono ovviamente ricette magiche per sostenere prove di questo tipo, sebbene chi ha questi valori nel tema sappia quasi istintivamente che è necessario riuscire a trovare una guida esterna che il percorso lo abbia già fatto e che sappia, se non altro, dare un nome a tutto quello che viene vissuto nell’interiorità. E’ una via che, per molti versi, assomiglia allo scontro con il guardiano della Soglia, ad una delle Iniziazioni a cui l’Anima si avvicina, a quello che Keith Dowman descrive nel capitolo relativo al Tantra interno che rappresenta “la presa di coscienza individuale della condizione umana (che) è il primo passo verso il potenziamento della pienezza del momento. La sofferenza è accettata sia intellettualmente che emotivamente come una realtà inevitabile, parte integrante della vita, da utilizzare più che da evitare. L’azione è espressione assoluta dell’essere più che un mezzo finalizzato come i comportamenti convenzionali e le azioni sociali e morali imposte da un Io manipolatore.”.